(...)perchè l'abitudine plasma lo stile dello scrittore non meno che il carattere dell'uomo, e l'autore che più volte s'è accontentato di giungere, nell'espressione del pensiero, a un certo grado di piacevolezza segna per sempre, in tal modo, i limiti del proprio talento, così come, cedendo sovente alla voluttà, alla pigrizia, alla paura di soffrire, tracciamo noi stessi, su un carattere dove alla fine ogni ritocco sarà impossibile, il contorno dei nostri vizi e i confini della nostra virtù. [pg. 157]
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25 febbraio 2012
"All'ombra delle fanciulle in fiore" - Confini della virtù
10 febbraio 2012
"All'ombra delle fanciulle in fiore" - La posterità dell'opera
Del resto, il tempo che occorre ad un individuo - come occorse a me con quella Sonata - per penetrare un'opera un po' più profonda, è il semplice compendio e come il simbolo degli anni, dei secoli a volte, che trascorrono prima che il pubblico possa amare un capolavoro veramente nuovo. E così, per risparmiarsi le incomprensioni della folla, l'uomo di genio si dice che forse, dal momento che i contemporanei mancano del necessario distacco, le opere scritte per la posterità dovrebbero esser lette solo da quest'ultima, come certi dipinti non si possono giudicare bene osservandoli troppo da vicino. Ma, in realtà, ogni vile precauzione per evitare i falsi giudizi è inutile, essi non sono evitabili. A far sì che difficilmente un'opera geniale sia ammirata con sollecitudine, è la circostanza che chi l'ha scritta è straordinario, che pochi gli assomigliano. Ed è proprio la sua opera che, fecondando i rari spiriti capaci di comprenderla, li farà crescere e moltiplicarsi. Sono stati i quartetti di Beethoven (i quartetti n° 12,13,14,15) a far nascere, a infoltire, in cinquant'anni, il pubblico dei quartetti di Beethoven, realizzando in tal modo, come ogni capolavoro, un progresso, se non nel valore degli artisti, almeno nella società degli spiriti largamente composta oggi di qualcosa ch'era introvabile quando il capolavoro apparve, vale a dire di essere capaci di amarlo. Quella che noi chiamiamo posterità, è la posterità dell'opera. [pg. 126]
26 gennaio 2012
All'ombra delle fanciulle in fiore
Il modo indagatore, ansioso, esigente in cui guardiamo la persona che ci è cara, la nostra attesa della parola che ci darà o ci toglierà la speranza di un appuntamento per l'indomani, e - finchè tale parola non venga detta - l'alternarsi, se non la simultaneità, nella nostra fantasia, di gioia e disperazione, tutto questo rende la nostra attenzione nei confronti dell'essere amato troppo tremante per poterne ottenere un'immagine davvero precisa. Forse, questa attività di tutti i sensi in una sola volta, questo sforzo di conoscere semplicemente con gli sguardi qualcosa che li trascende, è anche troppo indulgente verso le mille forme, verso tutti i sapori, verso il muoversi della persona viva che di solito, quando non amiamo, vediamo immobile. Il modello prediletto, invece, non sta mai fermo; non si hanno, di lui, che fotografie mancate. [pg. 75]
20 gennaio 2012
La strada di Swann
Un uomo che dorme, tiene intorno a sè in cerchio il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi. Li consulta istintivamente svegliandosi e vi legge in un attimo il punto della terra ch'egli occupa, il tempo che è trascorso fino al suo risveglio; ma i loro giri possono confondersi, spezzarsi. Quando, verso il mattino, dopo un po' d'insonnia, lo colga il sonno mentre sta leggendo, in una posizione troppo diversa da quella in cui dorme abitualmente, basta un suo braccio levato per fermare e fare indietreggiare il sole, e al primo attimo del risveglio, non saprà più l'ora, penserà d'essersi appena coricato.
19 dicembre 2011
Giornate di lettura
Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiam vissuti tanto pienamente come quelli che abbiam creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto. Tutto quel che (a quanto ci sembrava) li riempiva per gli altri, e che noi scartavamo come ostacoli volgari a un piacere divino, – il gioco per il quale un amico veniva a cercarci nel punto più interessante; l’ape o il raggio di sole che ci davan fastidio, costringendoci ad alzar gli occhi dalla pagina o a cambiar di posto; le provviste che ci erano state date per l’ora di merenda e che lasciavamo accanto a noi sul sedile, senza toccarle, mentre, sopra il nostro capo, il sole diminuiva di forza nel cielo azzurro; il pranzo che ci aveva obbligati a rientrare e durante il quale pensavamo solo a salire, subito dopo, in camera, a terminare il capitolo interrotto, – tutto questo, di cui la lettura avrebbe dovuto farci sentire soltanto l’importunità, ne imprimeva invece in noi un ricordo talmente dolce (e, pel nostro giudizio attuale, più prezioso di quel che leggevamo allora con amore) che, ancor oggi, se ci càpita di sfogliare quei libri di un tempo, li guardiamo come se fossero i soli calendari da noi conservati dei giorni che furono, e con la speranza di veder riflesse nelle loro pagine le dimore e gli stagni che più non esistono."Giornate di lettura" Marcel Proust
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