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13 aprile 2014

La felicità al di là della religione - Una nuova etica per il mondo

"Se vista alla luce dell'esistenza dell'intero cosmo, la vita umana è davvero qualcosa di minuscolo. Ogni perdone che viene al mondo ne è soltanto ospite, per un breve periodo.
Cosa c'è quindi di più sciocco che trascorrere questo fugace intervallo di tempo da soli, infelici e in conflitto con gli altri visitatori temporanei della terra? Sono sicuro che sia molto meglio servirci del poco tempo a nostra disposizione per costruirci una vita significativa, arricchita da un senso di connessione con il prossimo e dedicata al servizio degli altri." Pg.. 217
"La felicità al di là della religione - Una nuova etica per il mondo" Dalai Lama, Sperling  & Kupfer

20 febbraio 2014

Storia d'inverno - La giustizia

"E chi ha detto" sbottò Isaac Penn "che tu, semplice uomo, possa percepire la giustizia? Chi ha detto che la giustizia sia ciò che immagini tu? Puoi esser sicuro di riconoscerla quando la vedi, o che vivrai tanto a lungo da riconoscere il tuono decisivo della sua comparsa, che possa rendersi manifesta nel giro di una generazione, di dieci generazioni, dell'intero arco dell'esistenza umana? Ciò di cui parli tu è il buon senso, non la giustizia. La giustizia è qualcosa di più elevato e di più ardua comprensione, finchè non si manifesterà in tutto il suo inequivocabile splendore. Il disegno cui alludo io supera di gran lunga la nostra comprensione. Ma a volte riusciamo ad avvertirne la presenza.
"Non c'è coreografo, o architetto, o ingegnere, o pittore che saprebbe progettare qualcosa di più completo o più sottile. Ogni azione e ogni scena hanno un loro scopo preciso. E meno potere un individuo possiede, più vicino è alle grandi onde che investono tutte le cose, preparandole pazientemente all'approccio di un futuro contraddistinto non già da semplice equità umana, cosa che potrebbe immaginarsi anche un bambino, bensì da luminose e sorprendenti connessioni che noi neppure ci figuriamo, da esempi terrificanti e benevoli: un'età dell'oro che manifesterà non ciò che desideriamo ma una qualche nuda, goffa verità sulla quale poggia tutto ciò che è stato e tutto ciò che mai sarà. Esiste giustizia nel mondo, Peter Lake, ma non la si può ottenere senza mistero. Noi tentiamo di applicarla senza sapere esattamente cosa sia, e ci limitiamo a sfiorarla. Non importa, perchè tutte le fiamme e le scintille della giustizia guizzano attraverso il tempo a infondere vita ed energie in ere invisibili [...]" pg. 195
"Storia d'inverno" Mark Helprin, trad. di Adriana Dell'Orto, Neri Pozza

4 maggio 2013

Campagna per l'adozione di un Wodehouse abbandonato vicino a "Cinquanta sfumature di grigio"


Ci sono giorni in cui mi autoprescrivo Wodehouse.
Questo libro mi è capitato fra le mani in una libreria in cui avevo chiesto la serie di Jeeves e mi era stato risposto che l'avevano recentemente rimandata indietro perchè non la vendevano ('gnurant...). Invece qualche giorno fa stavo giusto gironzolando per la predetta libreria alla ricerca di qualcosa per tirarmi su l'umore e ho visto un volumetto solitario, questo "La vita è strana, Jeeves", poggiato alla rinfusa (!) a fianco ad una pila di "Cinquanta sfumature di grigio" (!!). Comprare il volumetto è stato più un atto di salvataggio che una scelta vera e propria. Quando a casa mi sono resa conto che erano racconti ci sono rimasta maluccio - ho un vago preconcetto nei confronti dei racconti - e invece devo dire che Wodehouse è Wodehouse e anzi, la forma breve si presta benissimo alle gesta di Bertie e Jeeves, che si basano su strutture sempre simili e ripetizioni degli stereotipi dei personaggi. Una tiratina d'orecchie al traduttore che ha lasciato in inglese il "Milady's boudoir" quando in altre edizioni "Il salottino di Milady" mi sembrava immensamente più faceto.

<...Ma non voglio farle perdere tempo: già che è qui, può dare un'occhiata anche al mio ginocchio>.
<Al suo ginocchio?>.
Io sono favorevolissimo alle ginocchia, ma al momento giusto e nel posto giusto, come si dice, e questo non mi pareva il momento. Lei proseguì imperterrita.
<Che ne pensa di questo ginocchio?>, chiese, sollevando i sette veli.
Be', naturalmente si deve essere cortesi.
<Fantastico!>, dissi.
<Mi creda se le dico che talvolta mi fa molto male>.
<Davvero?>.
<Un dolore lancinante. Va e viene. E le dirò una cosa buffa>.
<Cosa?>, domandai, sentendo di aver bisogno di una bella risata.
<Ultimamente ho sentito lo stesso dolore proprio qui, in fondo alla spina dorsale>.
<Sul serio?>.
<Sì. Come aghi roventi. Vorrei che lo esaminasse>.
<La sua spina dorsale?>.
<Sì>.
Scossi il capo. Nessuno più di me ama un po' di baldoria e di cameratismo bohémien e animare una festa. Ma c'è un limite, e noi Wooster sappiamo dove fermarci.
<Non si può>, dissi austeramente. <Non la spina dorsale. Le ginocchia sì. La spina dorsale, no>.
Sembrò sorpresa.
<Be', devo dire che è uno strano tipo di dottore>.
Io sono piuttosto perspicace, come ho detto prima, e cominciai a capire che doveva esserci una specie di malinteso.


"La vita è strana, Jeeves" P.G. Wodehouse, trad. Tracy Lord, Polillo
4/5

22 aprile 2013

Apocalisse

L'uomo desidera il suo compimento fisico prima di ogni altra cosa, perchè ora e per l'unica volta è nella carne e ne ha la possibilità. Dal momento che per l'uomo la massima meraviglia è di essere vivo. Per l'uomo, come per il fiore, il quadrupede, l'uccello, il supremo trionfo consiste nell'essere vivo, il più possibile, perfettamente vivo. Quali che siano le conoscenze di quelli che non sono nati e di quelli che sono morti, essi non possono conoscere la bellezza di sentirsi davvero vivi nella carne. I morti possono preoccuparsi dell'aldilà, ma il meraviglioso "qui e ora" della vita nella carne appartiene a noi, soltanto a noi, per un tempo limitato. Io sono una parte del sole come il mio occhio è una parte di me. Che io sia una parte della terra lo sanno più che bene i miei piedi, il mio sangue è una parte del mare. La mia anima sa che sono una parte della razza umana, la mia anima è una parte organica della grande anima dell'umanità, il mio spirito una parte della mia nazione. Nel mio io sono una parte della mia famiglia. Nulla vi è in me che sia staccato e assoluto, tranne la mia mente, e noi dobbiamo riconoscere che la mente non esiste di per sé, ma è solo una scintilla di sole sulla superficie delle acque. 
Così, il mio individualismo è in realtà un'illusione. Io sono una parte del tutto e non posso evitarlo. Però sono in grado di rinnegare i legami che ho con esso, romperli, diventare un frammento. Allora eccomi diventato un miserabile.
Quello di cui necessitiamo è distruggere i nostri falsi inorganici legami, soprattutto quelli che si riferiscono al denaro, e ristabilire organiche viventi connessioni fra noi e il cosmo, con il sole, con la terra, l'umanità, la nazione, la famiglia. 
Cominciamo con il sole: il resto pian piano verrà.

"Apocalisse" D.H. Lawrence, trad. Walter Mauro, Newton & Compton

13 febbraio 2013

Il segno rosso del coraggio ***


Il tema della paura, e quindi, della crescita, affrontato attraverso gli occhi di un giovane che va alla guerra, costretto quindi a disfarsi dei protettivi abiti infantili per vestire quelli dell'adulto. Crane, ventiquattrenne quando scrisse questo breve romanzo, ci mostra come questo passaggio non possa essere indolore. In una spirale di dubbio, terrore, incertezza, il giovane soldato si interroga sulle sue capacità e sulla sua possibilità di sopravvivenza, confrontandosi con la solitudine e il rischio, concreto, della morte. Metafora della vita in generale, il pezzo più bello del libro è senz'altro il finale, quando di fronte alla tanto temuta azione il giovane riesce finalmente a staccarsi dagli spettri angosciosi della sua mente, ad agire, e a sopravvivere.

“Era emerso dalle sue lotte con un'ampia simpatia per la macchina dell'universo. Coi suoi nuovi occhi, riuscì a vedere che i colpi segreti e palesi che venivano assestati per il mondo con tale abbondanza, erano in verità benedizioni. Era una divinità quella che gli stava attorno con il randello della correzione. Il suo irritante vociare contro quelle cose s'era chetato una volta che la tempesta era cessata. Non si sarebbe più rizzato su luoghi elevati e falsi ad accusare i pianeti lontani. Vide che, di fronte al sole, egli era sì minuscolo ma non irrilevante. Nello sconfinato turbinio degli eventi, un granello come lui non sarebbe andato perduto.

Con tale convinzione giunse una carica di fiducia. Sentì in sé una tranquilla virilità, non aggressiva ma di sangue forte e robusto. Capì che non avrebbe più avuto paura dinanzi alle sue guide, ovunque quelle indicassero d'andare. Era stato a contatto della grande morte e aveva scoperto che, dopo tutto, non era che la grande morte, ed era per gli altri. Era un uomo.”
"Il segno rosso del coraggio" Stephen Crane
 ***/5

25 gennaio 2013

Le porte della percezione

Era buffo, senza dubbio, sentire che "Io" non ero lo stesso di queste braccia e queste gambe "fuori di me", di tutto questo tronco obiettivo e del collo e anche della testa. Era buffo; ma ci si abitua subito. E comunque il corpo sembrava perfettamente in grado di badare a se stesso. In realtà, senza dubbio, esso bada sempre a se stesso. Tutto ciò che l'Io cosciente può fare è di formulare desideri, che vengono poi attuati da forze che esso controlla pochissimo e non comprende affatto. Quando fa qualcosa di più - quando si sforza troppo, per esempio, quando si preoccupa, quando si cruccia circa il futuro - esso riduce l'efficacia di quelle forze e può anche far sì che il corpo privo di vitalità si ammali. Nel mio stato attuale, la consapevolezza non si riferiva a un io; stava, per così dire, per conto suo. Ciò significava che anche l'intelligenza fisiologica che controllava il corpo stava per conto suo.

"Le porte della percezione" Aldous Huxley, trad. Lidia Sautto, Mondadori

21 ottobre 2012

Le madri

- Ma perchè le madri sono tanto importanti? L'ha scoperto la psicanalisi, che sono importanti? Secondo la psicanalisi, sono la cosa più importante di tutto?
- Sì. Secondo la psicanalisi, le origini del nostro comportamento sono da ricercare nel nostro rapporto con la madre.
- Com'è strano! Queste madri se ne stanno là, acquattate in fondo alla nostra vita, nelle radici della nostra vita, nel buio, così importanti, così determinanti per noi! Uno se ne dimentica, mentre vive, o se ne infischia, anzi crede di infischiarsene, però non se ne infischia mai del tutto. Quella tua madre così svaporata, eppure determinante! Non sembra proprio che possa determinare niente, e invece ti ha determinato, a te!
Cit. da "Ti ho sposato per allegria" Natalia Ginzburg, Einaudi

18 luglio 2012

Scopri le differenze

Ufficiali della milizia senza un'ombra di scienza militare; ufficiali navali senza alcuna idea d'una nave, ufficiali civili senza alcuna nozione degli affari; ecclesiastici dalla faccia di bronzo, della peggiore mondanità terrena, dagli occhi sensuali, dalla lingua licenziosa e dalla vita ancora più licenziosa; tutti assolutamente incapaci nelle loro varie professioni, e tutti perfidamente menzogneri nel dir di conoscerle, ma tutti più o meno dello stesso ordine di monsignore e perciò appollaiati su tutti i pubblici impieghi dai quali c'era da strappar qualcosa: di questi ce n'erano da contare a dozzine e dozzine. Le persone senza alcun legame immediato con monsignore o con lo Stato, ed ugualmente sciolte da qualche cosa di concreto o da una vita che mirasse per la retta via a un fine utile, erano ugualmente numerose. Dottori che accumulavano ricchezze spacciando miracolosi rimedi per malattie fantastiche non mai esistite sorridevano ai loro nobili malati nelle anticamere di monsignore. Progettisti, che avevano scoperto ogni specie di rimedi per i piccoli malanni da cui era afflitto lo Stato, tranne il rimedio di mettersi a lavorare sul serio a estirpare un unico peccato, riversavano le loro folli ciance nelle orecchie di chiunque venisse loro a tiro, al ricevimento di monsignore. Filosofi increduli, che stavano rimodellando il mondo con le chiacchiere e costruendo torri di Babele di carta con cui scalare i cieli, cicalavano, in quella meravigliosa assemblea raccolta da monsignore, con i chimici increduli che si occupavano della trasformazione dei metalli. Squisiti signori della più bella razza che fosse nota a quel tempo - come anche dopo - per la sua indifferenza verso ogni argomento d'interesse umano, erano, nel palazzo di monsignore, nel più perfetto stato di esaurimento. E quei vari grandi personaggi del bel mondo parigino erano partiti da case così fatte, che - fra i devoti raccoltisi per l'adorazione di monsignore - le spie, le quali formavano una buona metà della magnifica riunione, avrebbero trovato difficile scoprire fra gli angeli di quella sfera una moglie solitaria che, nei suoi modi e nel suo aspetto, confessasse di essere una madre. Anzi, tranne per il semplice atto di dare al mondo una fastidiosa creatura, una cosa simile era ignorata dalla moda. I bimbi, andati giù di moda, erano tenuti dalle contadine che li allevavano, e nonne affascinanti di sessant'anni vestivano e frequentavano le feste come a venti. La lebbra dell'irreale sfigurava ogni creatura umana del seguito di monsignore. (...) Ma la gran consolazione era che tutta l'assemblea, nel gran palazzo di monsignore, era vestita perfettamente. Se si fosse potuto avere la certezza che il giorno del giudizio sarebbe stato un giorno di gala, tutti si sarebbero presentati eternamente corretti. [pgg. 120-121]
"Le due città" Charles Dickens, trad. di Silvio Spaventa Filippi, Newton & Compton

15 giugno 2012

Suo marito


Bel romanzo di Pirandello che si addentra - si dice, prendendo spunto dalla vita di Grazia Deledda - in una moderna riflessione sulla conciliabilità , per una donna, della vita professionale e familiare, e dell'inevitabile ribaltamento dei ruoli maschili e femminili all'interno della famiglia. Silvia Roncella, protagonista del romanzo, è una talentuosa scrittrice: il marito la incita pertanto a staccarsi dai limitati orizzonti di una piccola cittadina come Taranto e di buttarsi nella vita letteraria romana. Silvia è però una donna molto schiva e scarsamente ambiziosa: la scrittura le viene semplice e ispirata solo vivendola in privato e senza pressioni esterne. Il marito, nel frattempo, si dedica all'attività mercenaria di far fruttare ciò che la moglie scrive, e si preoccupa di tessere quegli indispensabili appigli sociali che la moglie rifiuta. Nella coppia si viene inevitabilmente ad instaurare una trama di recriminazioni e complessi di ruolo. Giustino, il marito, soffre della subordinazione rispetto alla moglie (gli amici lo prendono in giro chiamandolo col cognome della moglie), e tenta di compensare il complesso dando rilevanza alla sua attività, non creativa ma remunerativa. Allo stesso tempo, butta sulle spalle della moglie la responsabilità della sua attuale posizione (ha lasciato un lavoro sicuro per curare i suoi interessi letterari) e la pressa a scrivere.

15 aprile 2012

Lettere a Milena


Comunque sia, però, la cosa principale è questa: qualunque cosa possano dire di te gli altri in un'ampia cerchia intorno a te, con superiore intelligenza, con ottusità bestiale (ma le bestie non sono così), con diabolica bontà, con affetto assassino - io, io, Milena, so fino all'ultimo che hai ragione, qualunque cosa tu faccia, sia che tu rimanga a Vienna, sia che tu venga qua, o rimanga sospesa fra Praga e Vienna o faccia ora questo ora quello. Che avrei a che vedere con te, se non sapessi ciò?

14 aprile 2012

Lettere a Milena

 Credo, Milena, che noi due abbiamo una particolarità in comune: siamo tanto timidi e ansiosi, quasi ogni lettera è diversa, quasi ciascuna si spaventa della precedente, e, più ancora, della risposta. Lei non lo è per natura, lo si vede facilmente, e io, forse, nemmeno io lo sono per natura, ma ciò è quasi diventato natura, e si dilegua soltanto nella disperazione, tutt'al più nell'ira, e, da non dimenticare, nell'angoscia.
Talora ho l'impressione che abbiamo una camera con due porte, l'una di fronte all'altra, e ognuno stringe la maniglia di una porta e basta un batter di ciglia dell'uno perchè l'altro sia già dietro la sua porta e basta che il primo dica una sola parola, il secondo ha già certamente chiuso la porta dietro di sé e non si fa più vedere. Egli riaprirà, sì, la porta, perchè si tratta di una camera che forse non si può lasciare. Se non fosse esattamente come il secondo, il primo starebbe tranquillo, preferirebbe, in apparenza, non guardare neanche verso il secondo, metterebbe lentamente in ordine la camera, quasi fosse una camera come qualunque altra, ma invece fa esattamente la stessa cosa presso la sua porta, talvolta persino tutti e due sono di là dalle porte e la bella camera è vuota. 

11 aprile 2012

Tipi psicologici


Durante i centoventi anni che sono trascorsi dalla composizione dell'opera di Schiller, le condizioni della cultura individuale non sono migliorate; anzi, sono peggiorate, poichè l'interesse del singolo è preso, molto più di un tempo, dalle occupazioni collettive, così che la possibilità di sviluppare la propria cultura personale è assai diminuita. E' per questo che la cultura collettiva altamente sviluppata che possediamo oggi, e la cui organizzazione supera ampiamente tutto ciò che vi è stato nei tempi passati, lede anche, più che mai, la cultura individuale.
Nel nostro tempo vi è un abisso profondo tra ciò che un uomo è e ciò che rappresenta, tra la sua individualità e la sua funzione di essere collettivo. La sua funzione è sviluppatissima, ma non lo è la sua individualità. Se egli eccelle, allora si identifica nella sua funzione in seno alla collettività; in caso contrario, anche se lo si stima dal punto di vista funzionale, egli, in quanto individualità, resta legato alle sue funzioni inferiori non sviluppate, così che egli è semplicemente un barbaro, mentre il primo si illude beatamente di essersi lasciato dietro la sua barbarie, che di fatto sussiste. [pg. 69]

18 marzo 2012

Un uomo


Forse non ero innamorata di te, o non volevo esserlo, forse non ero gelosa di te, o non volevo esserlo, forse m'ero detta un mucchio di verità e di menzogne ma una cosa era certa: ti amavo come non avevo mai amato una creatura al mondo, come non avrei mai amato nessuno. Una volta avevo scritto che l'amore non esiste, che l'amore è un imbroglio: che significa amare? Significava ciò che ora provavo ad immaginarti impietrito, perdio, con lo sguardo di un cane preso a calci perchè ha fatto pipì sul tappeto, perdio! Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non poter sopportare l'idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le tue mani troppo tozze, le sue unghie strappate.

12 marzo 2012

Otello

 Virtù un fico! sta solo in noi l'essere in un modo o nell'altro! I nostri corpi non son che giardini per i quali le nostre volontà fan da giardinieri; così che se vogliamo piantare ortiche, o semmai lattughe, mettervi l'issopo ed estriparvi il timo, guarnirlo d'una sola specie di erbe ovvero variarlo con un composto di molte, lasciarlo sterile per la nostra accidia, ovvero concimarlo con il nostro lavoro, il potere e l'autorità per decidere tutto questo non si trova che nella nostra volontà. Se la bilancia della nostra vita non avesse un piatto di ragione da dover equilibrare con un piatto di sensualità, il sangue e la bassezza della nostra natura ci condurrebbero alle conclusioni più irrazionali.

2 marzo 2012

Il processo

 "Ma io non sono colpevole", disse K., "un errore. Come può, in generale, un uomo essere colpevole. Noi qui siamo tutti uomini, l'uno come l'altro." "Questo è giusto", disse il sacerdote, "ma è così che parlano i colpevoli." "Hai anche tu una prevenzione contro di me?", chiese K. "Non ho alcuna prevenzione contro di te", disse il sacerdote. "Ti ringrazio", disse K., "ma tutti gli altri che hanno preso parte al processo hanno una prevenzione contro di me. La infondono anche a coloro che non vi partecipano. La mia posizione diventa sempre più difficile." "Tu fraintendi i fatti", disse il sacerdote, "la sentenza non arriva all'improvviso, il processo si trasforma gradualmente nella sentenza." "Ah, è così" (...)

25 febbraio 2012

"All'ombra delle fanciulle in fiore" - Confini della virtù

 (...)perchè l'abitudine plasma lo stile dello scrittore non meno che il carattere dell'uomo, e l'autore che più volte s'è accontentato di giungere, nell'espressione del pensiero, a un certo grado di piacevolezza segna per sempre, in tal modo, i limiti del proprio talento, così come, cedendo sovente alla voluttà, alla pigrizia, alla paura di soffrire, tracciamo noi stessi, su un carattere dove alla fine ogni ritocco sarà impossibile, il contorno dei nostri vizi e i confini della nostra virtù. [pg. 157]

16 febbraio 2012

La crisi - Albert Einstein

Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. E’ dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i propri insuccessi e disagi, inibisce il proprio talento e ha più rispetto dei problemi che delle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. La convenienza delle persone e dei Paesi è di trovare soluzioni e vie d’uscita. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. E’ dalla crisi che affiora il meglio di ciascuno, poiché senza crisi ogni vento è una carezza. Parlare della crisi significa promuoverla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo. Invece di ciò dobbiamo lavorare duro. Terminiamo definitivamente con l’ unica crisi che ci minaccia, cioè la tragedia di non voler lottare per superarla. Albert Einstein

10 febbraio 2012

"All'ombra delle fanciulle in fiore" - La posterità dell'opera

 Del resto, il tempo che occorre ad un individuo - come occorse a me con quella Sonata - per penetrare un'opera un po' più profonda, è il semplice compendio e come il simbolo degli anni, dei secoli a volte, che trascorrono prima che il pubblico possa amare un capolavoro veramente nuovo. E così, per risparmiarsi le incomprensioni della folla, l'uomo di genio si dice che forse, dal momento che i contemporanei mancano del necessario distacco, le opere scritte per la posterità dovrebbero esser lette solo da quest'ultima, come certi dipinti non si possono giudicare bene osservandoli troppo da vicino. Ma, in realtà, ogni vile precauzione per evitare i falsi giudizi è inutile, essi non sono evitabili. A far sì che difficilmente un'opera geniale sia ammirata con sollecitudine, è la circostanza che chi l'ha scritta è straordinario, che pochi gli assomigliano. Ed è proprio la sua opera che, fecondando i rari spiriti capaci di comprenderla, li farà crescere e moltiplicarsi. Sono stati i quartetti di Beethoven (i quartetti n° 12,13,14,15) a far nascere, a infoltire, in cinquant'anni, il pubblico dei quartetti di Beethoven, realizzando in tal modo, come ogni capolavoro, un progresso, se non nel valore degli artisti, almeno nella società degli spiriti largamente composta oggi di qualcosa ch'era introvabile quando il capolavoro apparve, vale a dire di essere capaci di amarlo. Quella che noi chiamiamo posterità, è la posterità dell'opera. [pg. 126]

9 febbraio 2012

Il nostro comune amico

L'aspetto del povero Sloppy era piuttosto goffo: troppo lungo, troppo stretto, troppo angoloso. Uno di quegli esemplari di sesso maschile, dinoccolati, nati per rivelare con indiscreto candore i propri bottoni; infatti tutti quanti i bottoni che aveva sparsi su di sé fissavano il pubblico con innaturale intensità. Sloppy possedeva un capitale ingente di gomiti, ginocchia, polsi e caviglie, che, non sapendo come impiegare vantaggiosamente, investiva in azioni sbagliate, trovandosi quindi sempre in situazioni difficili. Sloppy era, insomma, un fantaccino scelto nella scomoda schiera di coloro che nella vita rappresentano la truppa; tuttavia era vagamente risoluto, a modo suo, a rimanere fedele alla bandiera.

4 febbraio 2012

Vita immaginaria

Chi scrive sa che dovrà scegliere fra l'ordine e il disordine. Oggi noi di solito scegliamo il disordine. L'impulso a costruire e architettare in ordine e in armonia con noi stessi e con gli altri sembra scomparso dal mondo. Abbiamo perduto le forze e ci sentiamo sopraffatti e infelici. Ci sentiamo vittime e le vittime non costruiscono. I romanzi che oggi scriviamo, sempre o quasi sempre, sono scritti nel disordine e in un lungo sfogo di lagrime. A volte qualcuno, fra le lagrime, afferra del mondo circostante qualche lembo reale. Non ha compagni o non li vede intorno a sé e non indirizza la sua angoscia ad anima vivente. Tutt'al più chiede un poco di attenzione ai rari passanti che si soffermano per un attimo e vanno oltre. [pg. 39]
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